Il pub delle anime erranti
- eireimochroi
- 9 apr 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 14 apr 2025
Le colline di Connemara erano coperte di una nebbia così densa che persino i muretti a secco, che s’intrecciavano come antichi confini tra il mondo visibile e uno sconosciuto ignoto, sembravano fluttuare, sospesi tra l’eternità e il nulla.
La strada stretta che Finn percorreva con la sua auto si era ridotta a tal punto che a stento ci passava la sua minuscola automobile. Il tempo era impietoso, il vento soffiava forte, la pioggia cadeva abbondante, e quando, dopo qualche curva, Finn scorse l’oceano, vide la rabbia con cui questo si scagliava contro le nere scogliere.
Incessante, Finn proseguiva a velocità ridotta. Non poteva certo tornare indietro ora che era a pochi chilometri dal villaggio di Choc na Gceo, dove era diretto.
Finalmente, il tempo iniziò a cambiare. La pioggia smise di cadere e il cielo si fece grigio latte, quando finalmente parcheggiò la sua automobile. Si strinse nel suo giaccone imbottito e si guardò attorno.
Non un’anima viva, non un cane che abbaiasse; il villaggio sembrava abbandonato, eppure sapeva benissimo che non lo era. Nelle case si vedeva qualche luce. Si stava facendo buio, e lui aveva fame. Fece due passi, voltò a destra verso la brughiera che circondava il villaggio e vide una lanterna appesa a un’insegna che oscillava piano: “The Pub of Wandering Souls”.
Finn si guardò nuovamente attorno. Il pub sembrava radicato lì da sempre, col tetto di ardesia, le finestre appannate e un odore di torba e birra scura che galleggiava nell’aria.
Spinse la porta ed entrò, accolto da un morbido colore e dal profumo della legna che ardeva sul caminetto. Si avvicinò al bancone, dove un’anziana signora dai capelli bianchi, il viso rugoso e le mani che raccontavano una vita di duro lavoro, lo guardò con un sorriso e lo invitò a sedersi.
“Benvenuto, forestiero”, disse. “Vuoi una birra? Questa è una lunga notte.”
Finn annuì.
“Prima volta qui?” chiese.
Finn annuì, incerto. “Non sapevo nemmeno che ci fosse un pub da queste parti.”
Lei versò una pinta di Guinness con movimenti precisi, antichi. “È così per tutti. Ci si arriva solo se si cerca qualcosa. O qualcuno.”
Lui la fissò. “E tu come ti chiami?”
“Maeve. E tu, Finn MacLeary, cosa cerchi?”
Sobbalzò, guardandosi intorno. Notò che i clienti non parlavano. “Come fai a sapere il mio nome?”
Maeve non rispose. Indicò con il mento un tavolo nell’angolo. “Siediti. Loro ti stavano aspettando.”
Seduti attorno a quel tavolo c’erano tre persone. Un uomo anziano con una coppola di tweed e un bastone, una donna sui cinquant’anni con uno scialle a fiori, e un ragazzo dai capelli neri spettinati, che poteva avere l’età di Finn. Nessuno parlava, ma lo fissavano come se lo conoscessero da sempre.
“Ci siamo chiesti quando saresti arrivato”, disse il vecchio. La voce era roca ma gentile. “Ti somiglia tuo padre, lo sai?”
Finn si irrigidì. “Mio padre è morto quando avevo sei anni. Non l’ho mai conosciuto davvero.”
“Eppure sei qui. E questo vuol dire che una parte di te lo ricorda.”
“Voi chi siete?” domandò Finn, con aria preoccupata.
“Siamo viaggiatori, come te Finn”, rispose il giovane, guardando Finn con un sorriso che lo fece tremare tutto. Poi continuò: “Siamo quelli che non sono riusciti ad andarsene. Rimaniamo finché qualcuno ci vede. Finché qualcuno ci riconosce.”
“Cosa significa?” domandò allarmato Finn.
Nessuno rispose. Tutti risero, una risata che nella testa di Finn suonò beffarda, quasi irreale.
L’anziano, tamburellando le dita sul tavolo, guardò Finn con uno sguardo che penetrò l’anima dell’uomo. “Siamo ricordi. Siamo ciò che resta. Ma tu puoi darci un nome. Puoi portarci con te.”
“Siete solo nella mia testa, non siete reali”, borbottò Finn, inquieto mentre cercava di dare un senso a quella conversazione irreale.
Finn si alzò di scatto, in preda a un turbamento interiore crescente. Appena girato, si fermò a guardare uno specchio e ciò che vide lo paralizzò. Sullo specchio solo il suo volto era riflesso, mentre le tre persone al tavolo non si vedevano. Si girò di scatto verso di loro, li vide sorridere, guardò nuovamente lo specchio e il suo viso si trasformò in puro sgomento.
“Siete morti? È un incubo? Ma io sono vivo.” disse tremando.
Tutti risero, una risata sonora, quasi irreale.
“Volete spiegarmi cosa significa? Che posto è questo?” chiese, il tono più affilato.
“Un luogo di passaggio. Per chi ha lasciato qualcosa in sospeso. O per chi non sa più dove andare”, rispose la donna sospirando.
Il fuoco nel camino cambiò colore, virando dal rosso al blu. L’armonica smise di suonare. Una voce si levò dal fondo del pub:
“Finnán.”
Si voltò di scatto. Una donna che Finn non aveva ancora visto, con una sciarpa rossa, gli sorrideva, ma Finn non ne vedeva il volto.
“Ora ricordi, vero?” sussurrò lei, con voce calda e affettuosa.
“Mamma?” furono le uniche parole che Finn riuscì a pronunciare, con la gola stretta.
Fu allora che Finn capì. Ogni volto aveva qualcosa di familiare. Il modo in cui il vecchio tamburellava con le dita, lo sguardo malinconico della donna, il tono di voce del ragazzo. Dettagli che aveva sognato mille volte, ma mai messo insieme. Erano parenti. Gente della sua stirpe, legati da qualcosa che la morte non aveva spezzato.
Finn si lasciò cadere sulla sedia, incredulo e sopraffatto dalle emozioni che non riusciva a comprendere.
La musica riprese, ma stavolta era un canto. Un sean-nós – un canto vecchio stile – dolce e malinconico, che sembrava sgorgare dalle pareti stesse del pub.
Le ore passarono lente. Parlarono a lungo, come si fa con chi non vedi da anni ma senti vicino. Fuori, la nebbia si infittiva, e la canzone leggera creava un’atmosfera accogliente seppur malinconica. Finn perse il conto del tempo, ma non gliene importava. Era come se quel luogo lo stesse curando da dentro.
All’improvviso, l’orologio in fondo al bar rintoccò le sei. Le persone con cui Finn stava parlando si fecero quasi trasparenti, stavano svanendo.
“Cosa devo fare?” chiese Finn, spaventato.
La donna dietro il bancone rise. “Devi decidere.”
“Decidere cosa?” chiese con tono allarmante.
Lei lo guardò con dolcezza. “Se restare… o portare con te ciò che hai ritrovato. I volti, i nomi, la memoria. Tu puoi farli vivere di nuovo.”
Finn guardò gli altri. Nessuno sembrava triste. Solo grati.
“Potrò rivedervi?”
Il vecchio rise piano. “Ogni volta che racconterai di noi, ogni volta che tornerai a camminare tra le colline, saremo lì. In un vento che cambia direzione. In un sogno che non dimentichi al mattino.”
Finn era confuso: “Cosa succede se resto?”
“Diventerai parte del pub. Una guida per altri viaggiatori. Una luce tra la nebbia.”
“E se me ne vado?”
“Ritroverai la strada. Ma perderai questo posto.”
Il silenzio che seguì era denso come la nebbia fuori. Poi la donna si alzò e si avvicinò a lui. Gli prese la mano e gliela posò sul petto.
“Il cuore sa sempre la strada, figlio mio. Ma solo se smetti di fuggire.”
Quando la lasciò, la sua pelle era fredda come pietra. Eppure qualcosa dentro di lui si era scaldato.
Finn chiuse gli occhi, e quando li riaprì, era completamente solo. Dietro al bancone, al posto della signora anziana, c’era una giovane donna dalla folta chioma biondo cenere che lo fissava con uno sguardo pieno di comprensione e compassione.
“È ora di andare”, gli disse, rivolgendogli un caldo sorriso.
Finn si alzò. La porta si aprì da sola. Fuori, la nebbia si era diradata. Il cielo si stava rischiarando, e in lontananza l’oceano mormorava, calmo.
Fece un passo fuori. Poi si voltò.
Il pub non c’era più.
Solo torba. E vento.
Ma nel taschino della giacca trovò un biglietto, scritto con una calligrafia elegante:
“Quando ti perderai di nuovo, torna qui. Saremo ad aspettarti.”.




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